KARATE CUS BERGAMO ASD

IL Karate non deve essere considerato semplicemente come una tecnica di combattimento o uno sport, né tanto meno come uno spettacolo. Esso si colloca nel prolungamento del Budo, tradizionale arte marziale Giapponese.
Il Budo, Arte dei guerrieri feudali Giapponesi, era un modo di vivere imperniato sulla pratica di alcune tecniche di combattimento e orientato alla ricerca di una certa perfezione.
Le condizioni di vita sono certamente mutate, ma il Karate ha senso in relazione con lo sviluppo della persona nella sua totalità.
Nella tecnica di combattimento a “Mano Nuda” (Karate) l’avversario viene attaccato a distanza, per cui l’importanza dei colpi di pugno e di piede ai punti vitali. Quando L’avversario è a corta distanza si utilizzano anche gomiti, ginocchia, prese e proiezioni.
L’obiettivo tecnico nel karate è che un solo colpo sia sufficiente a mettere fuori combattimento l’avversario. Per ottenere ciò da una parte sono stati stabiliti i punti vitali in stretto legame con l’agopuntura, e dall’altra si è perseguito un obiettivo di precisione e di concentrazione della forza nei colpi.
In Giapponese la Parola Kara-Te si scrive Kara (vuoto) Te o De (mano) 空手
Questa grafia e questo significato sono stati introdotti verso il 1936 dal Maestro Gichin Funakoshi che così designo l’arte marziale che insegnava.
Egli modificò dunque il termine antico che si scriveva To-De (Mano di Cina) 唐手
Il vuoto non è riferito alla mano … ma alla mente!!!

A Okinawa (ex isole Ryukyu) il combattimento a mano nuda conobbe una rigogliosa fioritura durante i periodi medievali, in cui alla popolazione locale era vietato l’uso delle armi.
L’isola subì dapprima nel XV secolo la dominazione cinese, durante la quale, per prevenire le rivolte, vennero vietate tutte le armi. Gli abitanti si accinsero allora a perfezionare le antiche tecniche di combattimento a mano nuda, arricchendole di elementi già delle “arti di pugno” cinesi. Poi nel XVII secolo, l’isola di Okinawa fu conquistata da un signore feudale giapponese “Shimazu” che mantenne a sua volta il divieto delle armi. Per essere in grado di difendersi contro l’occupante armato gli abitanti di Okinawa lavorarono intensamente al combattimento a mano nuda.

Fu un addestramento compiuto clandestinamente, a piccoli gruppi, il che contribuì a differenziare gli stili, anche all’interno dell’isola, a seconda della regione d’origine. Con i termini Okinawa-te o to-de si designava l’intero complesso di queste tecniche di combattimento. Le differenze tra gli stili sono dovute in parte alla trasmissione di tecniche arrivate in epoche diverse da diverse regioni della Cina e in parte a particolarità locali.

Nel corso del 19° secolo ebbe luogo l’assimilazione di Okinawa alla cultura giapponese e il significato delle tecniche di combattimento a mano nuda si modificò.

Nel 1900 fu riconosciuto il valore educativo dell’Okinawa-te e si prese la decisione di insegnarlo nelle scuole. Anko Itosu “Shito-ryū” e Kanryo Higaonna “Gojū Ryū” ebbero l’incarico di dirigere tale insegnamento e operarono una certa formalizzazione dell’Okinawa-te. Le prime dimostrazioni di Gichin Funakoshi “Shotokan” in Giappone (1916 a Kyoto e 1922 a Tokyo) incontrarono un grande successo e suscitarono la curiosità di coloro che praticavano le arti marziali giapponesi, con i quali egli entrò in relazione. Ottenne l‘incarico di insegnare questa disciplina in alcune Università, dove all’inizio fu seguito da gruppi di studenti poco numerosi ma appassionati.

Nel 1924 l’Università di Keio istituì il primo club.